Storia della lingua russa

Storia della lingua russa

Lingua Russa Università di Torino – Flavia Giacalone.

La lingua russa e la sua storia

I.  Cenni sulle origini della lingua russa

La lingua russa moderna nasce dalle trasformazioni che a partire dai secoli X-XI subisce la lingua degli Slavi orientali nelle varie fasi della sua evoluzione.

Essa appartiene al gruppo delle lingue slave (e precisamente a quelle orientali) che separatosi dalla famiglia delle lingue indoeuropee ha conservato la propria unità fino ai secoli V-VII d.C. A seguito di una serie di movimenti e di migrazioni che coinvolsero gli Slavi, si verificò fra loro una differenziazione in vari popoli e si produssero le prime fratture nella compagine unitaria della loro struttura linguistica.

Gli Slavi orientali verso i secoli VII-VIII cominciarono a stabilirsi sul territorio che si estendeva dal Mar  Baltico e dai laghi Ladoga e Onega fino al Mar Nero, dalla Dvina e dal Dnestr fino al Dnepr e ai corsi  superiori del Don e del Volga.

Nel IX sec. nella parte centrale del bacino del Dnepr si costituì il primo Stato russo, chiamato Rus’, la cui capitale nella seconda metà del secolo fu fissata a Kiev. Assieme a Kiev fiorirono, comunque, altre città fra  le quali Novgorod-Velikij, Smolensk e Pskov.

Nella Rus’ kieviana abitava una grande quantità di tribù slave che parlavano la lingua slava orientale, detta anche lingua russa dal nome della popolazione dei Rus’ (Russi). Nella Povest’ vremennych let [Racconto dei giorni passati], la prima fonte storica originaria del luogo (opera compilata dai monaci del Monastero delle Grotte di Kiev fra la fine dell’XI e l’inizio del XII sec.) nella quale sono elencate tutte le tribù slave orientali, si insiste ripetutamente sul carattere unitario della loro lingua.

Tuttavia la tradizione russa scritta ebbe inizio nell’XI sec. con la diffusione del cristianesimo presso gli Slavi orientali e con l’introduzione nella Rus’ kieviana dei testi liturgici da parte dei missionari della Chiesa bizantina.

La comparsa della scrittura nella Slavia ( Slavia: termine usato per indicare l’insieme geografico, storico e culturale dei popoli Slavi accomunati da una stessa lingua detta «slavo comune» o «protoslavo») orientale è collegata alla missione compiuta un secolo prima in Moravia (Moravia: Oggi corrisponde alla parte orientale della Repubblica Ceca) da Costantino (il cui nome monastico era  Cirillo) e Michele (Metodio), i missionari che su invito  del principe moravo Rostislav furono inviati da Bisanzio nell’863 a evangelizzare la popolazione slava abitante in quelle terre. A questo scopo essi crearono un alfabeto adatto alla lingua degli slavi e tradussero alcuni testi sacri secondo la politica della chiesa di Bisanzio. La lingua usata da Cirillo e Metodio per tradurre in  slavo  le   prime   opere   liturgiche   è   chiamata   slavo-antico   o   paleoslavo   (staroslavjanskij   jazyk].  Si trattava di una lingua comprensibile a tutti gli Slavi perché nel IX secolo le lingue slave erano ancora  molto affini.

Nell’anno 988 il principe Vladimir di Kiev si convertì al cristianesimo di confessione greco-ortodossa, che divenne le religione degli Slavi orientali. Con la cristianizzazione degli Slavi orientali si introdusse nella Rus’  la scrittura e si diffusero i vari testi della tradizione cirillo-metodiana, scritti nella lingua che fu detta slavo- ecclesiastico (cerkovno-slavjanskij jazyk). Questa lingua, affermandosi nella Rus’, che già aveva una viva tradizione poetica, anche se non codificata, subì l’influenza del patrimonio culturale locale e assimilò forme tipiche della lingua parlata. Di conseguenza, la lingua slavo-ecclesiastica che si affermò nella Rus’ assunse presto  caratteristiche  in  parte  diverse  da  quelle  della  tradizione  cirillo-metodiana  e  ne  rappresentò la «redazione  russa».  Lo  «slavo-ecclesiastico  di  redazione  russa»  è,  quindi,  la  lingua  letteraria  scritta dell’antica Rus’, contraddistinta da una norma peculiare che le conferisce un carattere stabile.

II.  Il russo e lo slavo ecclesiastico

La particolare situazione della Rus’ in cui, accanto alla lingua locale legata a una cultura laica, si diffuse lo slavo-ecclesiastico (la lingua liturgica adottata dalla Chiesa slavo-ortodossa), rappresenta un tema cruciale degli studi sulla lingua russa relativi al periodo della sua storia che va dall’XI alla fine del XVIII sec., quando  in Russia si costituì un’unica lingua nazionale.

Il russo e lo slavo ecclesiastico hanno avuto dinamiche di formazione parallele e coesistenti per un periodo molto lungo, stabilendo fra loro un rapporto di diglossia.

La diglossia rappresenta quel modo di coesistenza di due sistemi linguistici all’interno di un unico collettivo linguistico in cui le funzioni di questi due sistemi si integrano a vicenda e si alternano a seconda delle circostanze e dei contesti.

A differenza della diglossia, si parla di bilinguismo quando le due lingue coesistenti sono paritarie e  svolgono medesime funzioni. In queste condizioni una delle due è destinata a scomparire,  oppure  entrambe le lingue si assorbono a vicenda creando una terza lingua.

Il russo e lo slavo ecclesiastico svolgevano, pertanto, funzioni complementari. Gli abitanti dell’antica Rus’, tuttavia, le recepivano come una sola lingua di cui quella libresca, codificata e normativa, rappresentava la lingua letteraria, e quella non libresca, invece, si identificava con la lingua viva, corrente, legata alla vita quotidiana.

Boris Uspenskij, nella relazione presentata al IX Congresso Internazionale degli Slavisti (1983) enuclea tre fenomeni che contraddistinguono la diglossia slavo-ecclesiastico / russo:

  • L’impossibilità di utilizzare la lingua dotta (ovvero lo slavo-ecclesiastico) come lingua parlata;
  • La mancanza di una codificazione della lingua parlata (ovvero del russo);
  • L’impossibilità di compiere traduzioni da una lingua all’altra (i due sistemi linguistici svolgevano funzioni complementari).

Una contrapposizione diglossica paragonabile non esisteva non soltanto in Europa, ma nemmeno tra popoli slavi occidentali.

La storia della lingua letteraria russa sarebbe, quindi, la storia del passaggio dalla diglossia slavo  ecclesiastico / russo (secolo XI) fino all’affermazione e al consolidamento di una nuova lingua letteraria  russa (dall’inizio del XIX secolo).

Tradizionalmente la storia della lingua russa antica abbraccia due periodi:

  1. Il periodo compreso fra il VI sec. e la fine del X sec., quasi del tutto privo di documentazione scritta e per il quale è possibile, dunque, ricostruire i fenomeni linguistici specifici degli Slavi orientali solo con lo studio comparativo delle lingue slave e di quelle indoeuropee
    1. Il periodo dell’antica Rusche va dall’XI sec. all’inizio del XIV sec., ricco di testimonianze scritte e caratterizzato da una forte unità linguistica.

La successiva storia della lingua russa è suddivisa in ulteriori due fasi:

  • La prima fase, quella della Moscovia, fra il XIV e il XVII sec., in cui nella Slavia orientale si formano tre lingue:
    • la lingua grande-russa (detta anche semplicemente russa)
    • la lingua ucraina
    • la lingua bielorussa
    • La seconda fase, che va dalla fine del XVII sec. fino ai giorni nostri, che vede il progressivo costituirsi e consolidarsi della lingua nazionale russa (a partire dall’inizio del XIX sec.).

III. L’antica Rus’ (XI – inizio del XIV sec.)

Nell’XI sec. la Rus’ di Kiev si configura come un paese relativamente omogeneo dal punto di vista linguistico. Kiev, che nella Povest’ vremennych let è chiamata «madre delle città russe», grazie alla posizione geografica che ne fa il punto di incontro dei popoli Slavi settentrionali e di quelli meridionali, rappresenta il centro politico, economico e culturale degli Slavi orientali. Questo ruolo della città favorisce il costituirsi di una sorta di lingua comune, di una koinè, ovvero della lingua russa antica nella quale elementi settentrionali coesistono accanto a elementi meridionali, senza che ciò impedisca la comprensione reciproca fra gli abitanti.

L’introduzione del cristianesimo e la comparsa dei primi libri sacri  sono determinanti per la formazione  della tradizione letteraria russa legata allo slavo-ecclesiastico di origine slavo-meridionale. Esso, infatti, costituisce il modello di lingua letteraria che viene utilizzato non soltanto per scopi liturgici, ma anche come lingua di cultura, in quanto veicolo della tradizione bizantina sia religiosa che laica.

Allo slavo-ecclesiastico si contrappone il russo usato nella vita di ogni giorno come strumento di comunicazione e mezzo di conversazione. La lingua russa, tuttavia, è utilizzata anche in una produzione scritta di carattere quotidiano e pratico, relativa alle lettere private e alle opere giuridico-amministrative strettamente legate al vivere comune.

Nella Rus’ si crea dunque una situazione nella quale i due sistemi linguistici, quello dotto legato alla tradizione scritta e quello non dotto legato alla vita quotidiana, sono fra loro correlati in modo dinamico, influenzandosi reciprocamente.

I testi dell’antica Rus’, quindi, non sono scritti in un solo codice linguistico, ma sono contraddistinti dall’alternanza di slavo-ecclesiastico e di russo, ai quali si fa ricorso a seconda dell’«orientamento linguistico». Se si tratta di una lettera o di un documento scritto a titolo personale, in cui ci si occupa di questioni relative alla vita privata, si usa il russo. Quando, invece, si affrontano problemi legati alla sfera del

sacro che vanno al di là dell’ambito personale, soggettivo, quotidiano, si impiega lo slavo-ecclesiastico.

La produzione letteraria dell’antica Rus’ comprende opere strettamente liturgiche e opere aperte anche a problematiche non religiose. Tra le prime troviamo sia traduzioni di testi canonici da originali, bizantini, sia copie di manoscritti di provenienza slavo-meridionale. Ricordiamo, per esempio, l’Ostromirovo Evangelie [Il Vangelo di Ostromir, 1056-57], una raccolta di brani del Vangelo ordinati secondo le domeniche dell’anno, che è anche il più antico documento datato della Rus’ kieviana giunto fino a noi.

In quest’opera il monaco Grigorij, il copista, lasciò delle note a margine in russo: da questo particolare si capisce come lo slavo-ecclesiastico fosse impiegato quando l’autore non parlava a titolo personale, mentre l’uso del russo aveva una valenza personale. La dicotomia era quindi tra contenuto soggettivo e contenuto oggettivo (fra istina [verità ispirata da Dio], contrapposta a pravda [verità dell’uomo]).

Nella produzione di argomento non strettamente religioso si annoverano opere compilate su modelli bizantini e influenzate dalla cultura bizantina:

  • testi risalenti alla tradizione omiletica (slovo, sermone)
  • agiografie (žitie, vita)
  • letture (čtenie)
  • narrazioni (skazanie)
  • racconti sui pellegrinaggi (choženie, andata, viaggio)
  • opere di carattere morale-didattico (poučenie, ammaestramento)
  • cronache.

Caratteristica comune a tutta la produzione letteraria dell’antica Rus’, tuttavia, è la forma impersonale, anonima, della scrittura. I testi sono privi dei tratti specifici di uno stile individuale che potrebbe permettere di ricostruire la personalità dello scrittore.

La morte di Vladimir il Saggio (1125) segna la fine dell’unità della Rus’ di Kiev, che si frantuma in vari principati autonomi, spesso divisi da lotte intestine. La Rus’, priva di una sua coesione interna, non è capace di respingere l’invasione dei Tartari e la distruzione di Kiev, nel 1240, segna la perdita definitiva dell’indipendenza della Rus’, oltre che ilsuo declino culturale ed economico.

Sul piano linguistico lo slavo-ecclesiastico mantiene il proprio prestigio di lingua letteraria. Nell’ambito della lingua parlata, invece, si accentuano i tratti tipici delle regioni settentrionali e di quelle meridionali che, coltivando a loro volta anche la propria variante di lingua statale-amministrativa, mantengono in tal modo  la propria identità.

IV.  La Moscovia (XIV – fine XVII sec).

Nel Trecento le terre che costituivano lo stato di Kiev non si presentano più unite e compatte: la zona nord-orientale dell’antica Rus’ è in parte sottomessa alla dominazione dei Tatari. Le uniche città che mantengono la propria indipendenza e un relativo benessere sono Pskov e Novgorod, costrette tuttavia a pagare un regolare tributo all’Orda l’oro per risparmiarsi la conquista e la devastazione.

Gli Slavi orientali si trovano, di conseguenza, privi di un centro attorno a cui ricostituire la propria unità fino al momento in cui Mosca non comincia a distinguersi fra le altre città grazie a una serie di avvenimenti che le conferiscono sempre maggiore prestigio. Diventata sede del grande principe e del metropolita (1328), Mosca si afferma definitivamente come prima città russa.

Nella seconda metà del Quattrocento, quando Mosca è ormai il centro politico ed economico della Grande Russia, viene portata a termine la riunificazione delle terre russe, prima con la definitiva liberazione dal giogo tataro (1480), in seguito con la conquista dei principati di Tver’ e di Rjazan’ da parte di Ivan III. Si esaurisce così il sistema dei principati indipendenti e si pongono le basi dello Stato moscovita centralizzato che si costituirà nel Cinquecento.

Nel periodo dell’ascesa di Mosca la lingua russa parlata, priva ancora di una codificazione e quindi estremamente mobile e dinamica, si evolve con grande rapidità rispetto alla lingua letteraria slavo- ecclesiastica normativa e statica. Cambia il rapporto che legava le due lingue nell’antica Rus’ e le funzioni da esse svolte assumono caratteristiche sempre meno complementari.

Dopo la distruzione di Bisanzio per mano dei Turchi (1453); Mosca raccoglie l’eredità spirituale e religiosa di Costantinopoli e prende il ruolo di depositaria dei valori della Cristianità orientale. Il suo prestigio raggiunge l’apice massimo e gli avvenimenti storici finiscono con l’influire sulla situazione linguistica, modificando in modo sostanziale il precedente rapporto fra il russo e lo slavo-ecclesiastico. A questo sensibile aumento del prestigio della città di Mosca corrisponde, infatti, una produzione letteraria nella quale si fa uso di una scrittura apertamente orientata sull’antica tradizione slavo-ecclesiastica di origine slavo-meridionale. Tutto ciò comporta una drastica riduzione gli elementi del russo parlato assimilati dalla lingua letteraria slavo- ecclesiastica a seguito della sua progressiva russificazione. Questo fenomeno assume forme sempre più marcate, fino a diventare una vera e propria corrente purista di tipo arcaicizzante all’epoca della seconda influenza slavo-meridionale (XV sec.).

Con la definizione di seconda influenza slavo-meridionale si intende quel movimento che comincia ad affermarsi con la teoria di «Mosca terza Roma» e spinge nella direzione di una purificazione dello slavo- ecclesiastico dagli elementi russi: da un lato, si ritorna alle norme ortografiche, fonetiche e grammaticali dello slavo-ecclesiastico, dall’altro, si rigetta tutto ciò che è legato alla lingua parlata, compresi anche gli elementi formativi dei neologismi. Tale fenomeno crea i presupposti per il passaggio dalla diglossia russo- slavo-ecclesiastico al bilinguismo. Il tentativo di riportare la lingua di culto alla purezza originaria porta al ricorso a dei neo-slavismi che sostituiscano le parole propriamente russe. Si formano così le prime serie di lessemi russi e slavo-ecclesiastici contrapposti (čaju-ždu; okoglaz). In questo periodo gli slavismi penetrati nel russo hanno un significato traslato e, laddove coincidono per significato, divergono per forma, mentre laddove coincidono per forma, divergono per significato.

Scompare, quindi, l’idea dell’intraducibilità da una lingua all’altra, così come dell’uso esclusivo di una lingua come afferente esclusivamente alla sfera sacrale. Nel campo lessicale il russo comincia a configurarsi come sistema linguistico autonomo.

Con la seconda influenza slavo-meridionale la lingua parlata è esclusa da qualsiasi uso letterario e, di conseguenza, viene meno quel rapporto di interscambio che regolava il russo e lo slavo-ecclesiastico e che caratterizzava i testi scritti nei secoli precedenti. La frattura prodottasi fra i due sistemi linguistici, che si avverte per altro soltanto sul piano lessicale, sarà destinata ad aumentare progressivamente senza possibilità di un ritorno alla situazione precedente. D’altra parte, è in questo periodo di forte influenza degli slavismi che alcune forme slavo-ecclesiastiche entrano nel bagaglio lessicale russo prendendo il posto delle corrispondenti forme russe. Per esempio, la parola slavo-ecclesiastica prežde (prima) si sostituisce sia a pereže che a preže; il sostantivo vremja (tempo) soppianta la variante russa veremja. Si verificano, comunque, anche casi di coesistenza di lessemi russi e slavo-ecclesiastici, ma con significati diversi: per esempio, storona (parte), russo – strana (paese), slavo-ecclesiastico; golova (testa), russo – glava (capitolo), slavo-ecclesiastico.

La lingua russa, esclusa di fatto dalla produzione letteraria, è usata nella corrispondenza epistolare e in opere di particolare carattere quali, per esempio, Choženie za tri morja [Viaggio al di là dei tre mari, XV sec.] di Afanasij Nikitin e il Domostroj (XVI sec.) nelle quali estremamente forte è il legame con la vita quotidiana, reale.

Il passaggio dalla diglossia al bilinguismo si verifica in maniera molto lenta e dapprima soltanto nella Russia Sud-occidentale, dove si affermano due lingue letterarie: lo slavo-ecclesiastico e la prosta mova, ossia la lingua viva della zona sud-occidentale, in parte artificiale, programmaticamente definita «semplice», opposta da un lato allo slavo ecclesiastico e dall’altro alla parlata popolare ucraina. La prosta mova, che ha un substrato colloquiale, reso dotto grazie a processi di slavizzazione delle parole, restringe il campo d’azione dello slavo-ecclesiastico e lo pone alla periferia del processo letterario, al tempo stesso definendo nuovi criteri per la lingua letteraria.

Storicamente la prosta mova non ha quasi nessuna influenza sull’ucraino e sul bielorusso, ma ce  l’ha, invece, sul russo letterario, tanto che accanto alla lingua slavo-ecclesiastica e al russo parlato, prende forma un nuovo tipo di lingua scritta, la cosiddetta «lingua semplice», prostoj jazyk, molto dinamica e comprensibile che si avvicinerà sempre più alla lingua parlata, finché le due varianti arriveranno a identificarsi nella coscienza linguistica. Uno dei primi esempi ufficiali sull’uso di questa lingua «semplice» è proposto da Avvakum nella sua autobiografia Žitie protopopa Avvakuma, im samim napisannoe, [Vita dell’arciprete Avvakum scritta da lui stesso, 1672-73].

V.  La Russia del Settecento

La situazione linguistica della Russia al tempo di Pietro il Grande è descritta in modo chiaro e preciso da H.W. Ludolf che nell’introduzione alla sua Grammatica russica (1696) mette in evidenza il vero rapporto che intercorre fra il russo e lo slavo-ecclesiastico e individua i cambiamenti che si sono verificati soprattutto nello slavo-ecclesiastico, divenuto ormai la lingua delle persone colte. Esso è usato come lingua  della scienza e ricorre nelle lettere, sia di religiosi, sia di laici, nonché nei testi giuridici. Si potrebbe stabilire, quindi, una qualche analogia con la funzione svolta per lungo tempo dal latino nel mondo occidentale.

Dunque, il passaggio a una lingua nazionale, caratterizzata da una forma scritta orientata sul parlato, costituisce il punto nodale della questione della lingua nel Settecento.

La riforma dell’alfabeto e l’introduzione del graždanskij šrift (scrittura laica) volute da Pietro I favoriscono il processo di secolarizzazione della cultura e contribuiscono alla definitiva separazione fra il russo e lo slavo- ecclesiastico: il russo si identifica sempre più con il prostoj jazyk ed è oggetto dei primi  frammentari tentativi di codificazione; in questo modo si pongono le premesse della nuova lingua scritta russa. Lo slavo- ecclesiastico lentamente viene relegato al campo religioso e finisce per svolgere in seguito soltanto la funzione di lingua del culto.

A partire dagli anni Trenta del XVIII sec. si assiste in Russia ad accese dispute: all’ordine del giorno si pone una serie di nuove problematiche, quali, per esempio:

  • la questione della lingua russa (in quanto espressione della nuova realtà politica, sociale e culturale) e della sua dignità pari a quella delle altre lingue europee
  • il problema della sua codificazione
  • il problema del rapporto fra lingua orale e lingua scritta

In questo dibattito determinante e fondamentale sarà il contributo delle teorie linguistiche formulate da importanti studiosi:

  • Vasilij.K. Trediakovskij: problema della definizione della nuova lingua letteraria
  • Vasilij E. Adodurov: studi grammaticali
  • Michail V. Lomonosov: ricerche nel campo della retorica, della grammatica e dello stile

Trediakovskij è autore di dichiarazioni programmatiche sulla nuova lingua. Egli sostiene che ci si deve orientare consapevolmente verso le lingue occidentali, per le quali l’uso parlato è primario. La lingua russa  si scrive come si parla e non è magniloquente come la lingua della chiesa. Si tratta di una dichiarazione di fedeltà al programma petrino; i trattati ortografici dell’epoca, come anche l’insegnamento del russo, erano sostenuti dalla corrente riformista cui apparteneva Trediakovskij. Grazie ad essi la lingua nazionale entra   nel novero delle lingue di cultura, vive, delicate (nežnye), contrapposte alle lingue morte, dure (tvërdye).

Adodurov scrive la Prima grammatica russa (1738-40): un’opera non completa che comprende soltanto la prima parte dedicata all’ortografia; ad essa avrebbero dovuto far seguito, secondo la tradizionale suddivisione grammaticale, l’etimologia (come allora era chiamata la morfologia), la sintassi e la prosodia. Da questo lavoro risulta evidente che il russo e lo slavo-ecclesiastico sono ormai due lingue distinte: la  prima è legata all’usus loquendi, la seconda all’usus scribendi.

Lomonosov svolge approfondite ricerche nel campo della versificazione, della retorica (1744), della grammatica (1755) e della stilistica, descrivendo le norme e le regole che permettono un uso migliore della lingua russa, la cui dignità è riconosciuta pari a quella delle lingue classiche e moderne. La lingua è sottoposta a uno studio scientifico che ne svela il funzionamento e ne stabilisce le differenze fondamentali dallo slavo-ecclesiastico.

In particolare, a lui si deve il trattato O pol’ze knig cerkovnich v rossijskom jazyke [Sull’utilità dei libri ecclesiastici nella lingua russa, 1757], un manifesto programmatico sui princìpi della formazione della lingua letteraria. Lomonosov propone tre stili, definiti secondo la classificazione del materiale lessicale di ognuno  di esse, vale a dire:

  • Le parole russe (slovenorossijskie)
  • Le parole slave (slavenskie), cioè le parole slavo-ecclesiastiche, ma comprensibili a tutte le persone alfabetizzate (non era ammesso l’uso di parole troppo obsolete e di uso raro)
  • Le parole russe popolari (rossijskie prostonarodnye), esclusive della conversazione (non era ammesso l’uso di prezrennye slova (parole disprezzabili), non appartenenti alla lingua letteraria.

Sulla base di questa classificazione Lomonosov elabora la teoria dei tre stili, così definiti:

  • Stile elevato, in cui compaiono parole del I e II tipo, ma non parole del III tipo. E’ lo stile di poemi eroici, odi e orazioni.
  • Stile basso, che comprende parole del I e III tipo, ma esclude quelle del II tipo. E’ lo stile di commedie, epigrammi buffi, canzoni, descrizioni in prosa di fatti quotidiani.
  • Stile medio, che accoglie in sé parole di tutti i tre tipi e rappresenta lo stile di tutte le opere teatrali (tranne le commedie), le satire, le elegie e le descrizioni in prosa di fatti ragguardevoli. Lo stile medio rappresenta per Lomonosov lo stile ideale dalla nuova lingua letteraria russa.

Alla fine del secolo il processo di rinnovamento linguistico iniziato negli anni Trenta sarà portato a termine da un altro riformatore nel campo della lingua, Nikolaj M. Karamzin (1766-I828). Nella sua pratica scrittoria egli applica la formula pisat’ kak govorjat (scrivere come si parla) da lui considerata il fondamento della lingua letteraria russa, formula questa che egli vede realizzata a pieno dagli scrittori francesi.

Il modello proposto da Karamzin è una lingua basata, come il francese letterario, sul russo parlato dalle persone colte che si esprimono con «gusto» (vkus). Si tratta, inoltre, di una lingua aperta ai prestiti linguistici stranieri (in primo luogo a quelli francesi), che ne favoriscono lo sviluppo e il perfezionamento ampliandone le potenzialità semantiche.

Il Settecento è, quindi, un’epoca di intensa e vivace sperimentazione culturale e linguistica nella quale si assiste al definitivo tramonto della tradizione slavo-ecclesiastica e alla creazione di una nuova lingua letteraria nella quale coesistono elementi del parlato, slavismi, clichés della lingua giuridico-amministrativa  e parole straniere.

Da questo momento la lingua russa si evolve su un binario unico e recepisce gli stimoli e gli impulsi che provengono da esperienze e culture diverse, i quali tuttavia incidono in modo difforme e discontinuo su  suoi singoli aspetti.

Abbandonate le discussioni circa il russo e lo slavo-ecclesiastico, circa la lingua scritta e parlata, l’attenzione ormai è rivolta principalmente a questioni specifiche (grammaticali, lessicali, stilistiche) per mettere in evidenza i tratti caratteristici del russo, oppure per individuarne quelli comuni anche ad altre lingue.

Per saperne di più:

  • Kasatkin, L. – Krysin, L. – Živov, V., Il russo, Firenze, La Nuova Italia, 1995.
  • Uspenskij, B., Storia della lingua letteraria russa : dall’antica Rus’ a Puškin, Bologna, Il mulino, 1993.



Categorie:E01- Storia della Lingua russa - Русский язык

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